timpano della cattedrale TORNA ALLO SCRITTOIO

Entri nel laundromat. Carichi la lavatrice, temperatura media, mezz'ora, prodotti inclusi. Il cestello gira.
Le lavatrici industriali sembrano come obló di un sottomarino nucleare e ti ci specchi. Non sei sicuro sia quella la tua faccia. Il cestello gira.
Ti siedi sulla sedia di plastica, la cabina del sottomarino è ben tenuta. La via fuori è vuota e non si sente altro che lo sciaf sciaf dei panni. Il cestello gira.
Entrano ed escono un paio di persone, qualcuno di guarda, altri ti ignorano. È cosí facile perdersi nelle candide piastrelle. Alzi lo sguardo e incontri quello degli altri clienti. La loro faccia cambia continuamente posizione. La nausea si è acuita e non senti le gambe. Noti la telecamera a circuito chiuso che ti guarda. Il cestello gira.
Ti fumi una sigaretta, il tuo battito accellera, il cuore sembra voler fuggire via. Le dai un lungo bacio, il catrame ti riscalda un po'. Provi a ignorare la catastrofe che sta per abbattersi senza emozioni su di te. Il cestello gira.
Sbattere le palpebre è impossibile. Non c'è nessuno nella cabina del sottomarino. La sabbia scivola dalla carena del tuo petto. Hai il fiato corto e la catastrofe si avvicina. Le estremità dei tuoi arti sono gelide. La sirena di allarme urla e urla. Lo scafo si è squarciato e il reattore è in meltdown. Senti l'acqua di sale arrampicarsi sul tuo corpo, arriva alla vita allo sterno al collo al naso. Il tuo stomaco gira, la tua testa gira. La catastrofe arriva.
"Dlin dlin dlin. Ritirare il bucato."
Scarichi la lavatrice e te ne vai

Sei arrivato al capolinea. C'è una nebbia così fitta che è impossibile vedere il terminal. Comunque, ti alzi e noti che il bus è vuoto: saranno usciti alla fermata precedente. Esci dal bus, la sciarpa fluente sull'armatura di giacca.
Non sei arrivato al terminal, non sei nemmeno nella città, a malapena sei su quello che si può defire come strada statale: a pochi metri da te questa è interrotta da un buco.
La sorpresa diventa ancora più grande quando ti giri chiedendo spiegazioni all'autista e vedi il bus già perso nell'orizzonte. Hai le vertigini.
L'orologio segna le 16, in aperto contrasto con la posizione del sole proprio sulla tua testa. Pensi sia un sogno lucido o qualche cazzata del genere ma nemmeno il bruciarsi le dita con l'accendino ti sveglia. Urli e niente risponde, nemmeno uccelli o altri animali. Solo il mugghio proveniente del buco.
Questo è certamente davanti a te e certamente impedisce di percorrere la strada, ma è difficile dire dove inizia o dove finisce. Non riesci a dargli una forma, che pure ha, lo percepisci. Sai naturalmente che prima c'era qualcosa di molto importante ma è impossibile definirlo. Guardare il buco ti fa girare la testa e ti viene da vomitare ed è veramente molto difficile distogliere lo sguardo, come quando da piccolo cade un dente e la lingua non fa altro che toccarlo.
Ti scansi e accendi una sigaretta per pensare.
Non hai idea di come tu sia finito qui. Ricordati, il bus aveva già passato il casello e prese lo svincolo per entrare in città: insomma, ha seguito la strada che doveva fare per arrivare alla destinazione corretta. Eppure, sei isolato su questa statale interrotta da un buco incomprensibile. La sigaretta è bruciata fino al filtro e ti bruciacchi di nuovo le dita così magre. Il buco ulula a bassa voce, poco più di un bisbiglio. Niente panico, ci dovrà pur essere qualcuno su questa cazzo di strada, oppure una piazzola di sosta o qualunque cosa. Senti il cuore e le gambe pesanti, le mani gelide. Torni indietro, cercando qualcosa di familiare, cercando aiuto. Il sole è ancora zenitale, l’orologio segna ancora le 16. Cammini da una decina di minuti e sei molto bravo a ignorare la sensazione di orrore dietro di te. Il paesaggio non è cambiato molto: solo asfalto, guardrail, pali della luce, alberi. C'è una totale assenza di macchine e di autogrill, come pure di cartelli stradali o di telefoni d’emergenza. Ti chiedi se qualcuno ti stia cercando. L’orrore dietro di te adesso è così forte che la tua fragile gabbia toracica è incastrata e ti salgono i conati. Piegato in due pensi all’ultima cosa che hai mangiato: salgono bile e succhi gastrici.
Ti volti e il buco impossibile è a un paio di metri dietro di te. Un muro di nebbia blocca ciò che c'è oltre, quel poco di progresso che credi di aver fatto. Cammini all’indietro e ogni volta che sbatti le palpebre il buco è sempre a un paio di metri da te, il muro di nebbia dietro, non importa quanto tu prosegua, quanto tu fugga.
Scoppi a ridere perché non puoi far altro che ridere e lacrime colano sulla sciarpa che scivola sull’armatura di giacca già sporca di cenere e vomito.

Illustrazione del Re Cremisi e del Granchio suo araldo